Stranieri che parlano

- tracce stracci e stralci di storie mentre chiudono le sale d'attesa delle stazioni dei treni
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Disegni di Elzevira - elzevira.blogspot.com -

6.9.10

I miei ultimi giorni a Milano. Scrivo quello che ho fatto tutti i giorni, giorno per giorno. Arrivo a lambrate e c'è il cielo terso. C'è quasi freddo. A lambrate è come stare in un quartiere. So già le facce che incontrerò dalla strada dalla stazione a casa.

Entrata in casa arriva una ventata di voci e ricordi. I concerti. La vostra vespa e i colori che entrano forti. Ci sono tutte le piante in fila sul tavolo, come uccellini che aspettano d'esser nutriti. Milano, e i giornali, e le porte che si aprono e si chiudono, le mostre e le cose da fare, le strade e quando viene sera. Milano e le sue tante stazioni dei treni, e i treni pieni di graffiti. L'ombra del rubinetto sulla parete arancione. I tavoli neri. Il bagno grigio scuro come una pietra focaia. Voi che siete così simili a me. Le zone industriali che è questa città. E' bellissima milano ti vorrei scrivere. Le macchine vicine così vicine a me come nell'appartamento di Jesolo.

Salire sul tetto e andare in biblioteca per l'ultima volta. Andare al mercato a comprare la frutta per la prima volta. Infatti cercavo se vendevano anche le bici. Un ragazzo che mangiava pane e pomodoro fresco in mezzo agli scatoloni. I venditori di frutta che si comprano la pizza. Quel giorno davano l'ananas a un euro. I pomodori peli. Ho visto le pesche noci appiattite da un lato, e dei cetrioli coperti di bitorzoli.

Ieri sera non si è messo a piovere ma il cielo è diventato nero. Ero ad aspettare l'autobus col cielo striato di rosa e blu torbido. Eravamo appena uscite dalla sala del cinema. Oggi mia madre mi ha chiamato e doveva essere felice perché mi ha detto che sono in gamba insomma. E che lei sta benissimo, c'è un tempo ottimo, di montagna. Sono scesa e il sole mi scaldava la schiena.

La mattina cercare gli spunti e gli stimoli, il pomeriggio confezionare quanto espresso il mattino.

Il cinema oberdan. Il giardino di santa caterina d'alessandria con le foglie rosse delle rose in alto. Abbiamo mangiato davanti al museo del martirio e della tortura. E il cimitero monumentale. Le cripte come meteoriti. Gli ibisco gialli dentro i vasi. Le statue in posizioni di tortura. I nomi. Siamo nomi, rimangono i nostri nomi. E ci metteranno a dormire vicino alle nostre famiglie.

Dentro il cimitero monumentale gli insetti e le formiche mi hanno mangiato un pezzo di anima, hanno scavato dentro come paure. Ho camminato sulla polvere di tutti quei corpi. C'erano i cipressi. La borsa dei libri si è riempita di terra. Ti sei seduta su una panca di pietra. Pietra e rame ormai verde. Rose di plastica e la galleria dei caporali ventenni. Le foto sradicate dalle proprie ceneri.

Mi dici le tue teorie sulle scarpe da ginnastica. Un uomo butta la polvere a fiotti con una scopa da un armadio impolveratissimo. Tutti erano gentili con noi quel giorno.

Ho ascoltato Sufjan Stevens, Wild Nothing e gli Arcade Fire.

Ho visto la mya dopo un anno. Mi ha detto che si chiamava mya francesca quando lavorava a taipei in un ristorante. Abbiamo mangiato prosciutto e melone. Poi un budino di cioccolata un po' amaro. Aveva una camicia color cachi e dei jeans azzurro chiaro, si era fatta la tinta un po' viola. Ora vive accanto a viale monza con altri taiwanesi. Le ho detto che può andare al mare o al lago a ferragosto, e poi di san lorenzo. Falling stars. Mi ha detto che mi vuole bene e poi è andata via in bicicletta, con il suo cestino di bambù fatto a cerchio. Ha portato due coca cole, e le ho dato il tabacco che c'era in casa per una sigaretta e per accenderla si è bruciata i capelli. Deve guardare i film per non dimenticare l'italiano. Mi ha detto che prima di tutto viene il futuro.
Non si fida dei ragazzi italiani dice che vogliono solo fare l'amore. Non sono spirituali.

Anche lei non ha la casa in televisione. Il cinema va male le dico, e anche le altre arti, perché tutti guardano la televisione e non si preoccupano più.
Mi dice che la sua isola è calda, e ci sono tanti frutti, molto più che qui, mi dice che hanno un'anguria che dentro è gialla ed è molto fresca, e poi delle erbe, per fare delle zuppe o da mangiare con i noodles.

Dormo anche troppo e sogno di tradirti con uno che sei tu, mi pare, sei sempre tu. L'altra notte invece ho sognato che non mi ricordavo i passi di una coreografia di danza, e deludevo mia sorella, o qualche mia amica. Non mi ricordavo più come si danza.

Oggi è il primo agosto e sono da sola, e felice. Riesco a pensare a lungo, e a perdermi nei miei pensieri. Non sono preoccupata dagli altri, dal mio rapporto con gli altri.

Per la prima volta mi metto seduta sul piccolo davanzale interno che precede la finestra. C'è la zanzariera, i fiori secchi dentro i vasi, c'è un sole caldo e piacevole. Guardo la gente che passa giù, è domenica e c'è silenzio. Profumo di ragù e carne, la voce dei vicini, una famiglia con dei bimbi che ridono e parlano piano. Un ragazzo tronfio con il petto in fuori passa fumando una sigaretta e guardandosi intorno. Magari è qui a milano da poco, ha provato le droghe, è felice.

La barista indonesiana del bar davanti a casa spazza fuori, e dopo aver chiuso il negozio, prende la bici, toglie il lucchetto e imbocca la strada. All'ultimo, il suo sguardo finisce in alto e mi vede.

Anch'io spesso guardo in alto, come se sentissi qualcuno che mi guarda. E il più delle volte ho ragione. Credono di essere inosservati, ma c'è qualcuno che li sente e li vede.

cera il sole placido che disegnava le ombre sui muri gialli ho fatto una passeggiata quella della disperazione pe ril mal di schena mi sarebbe piaciuto farla con te cerano le pizze al trancio e le focaccerie, uscivano gli odori, e le zanzariere col pizzo di rose alle finestre sono passata anche davanti al deposito dei tram e quando sono tornata sono suonate le campane, ho messo il mio geranio insieme alle altre piante. Solo perché è estate ho capito che quelle erano zanzariere e non tende.

L'altro giorno attraversavi le strade correndo. Ne avevi davvero paura. Esco dalla metro, seguo per un tratto di strada fino a dietro l'angolo un punk, forse è quello che c'era al Leoncavallo, a mia madre per telefono dico che no, oggi non ce la faccio a preparare le cose, e il papà le ha detto che potevano venire oggi a prendermi, no, solo perché è lunedì, si farebbe tutto di corsa e il protagonista sarebbe il suo nervosismo no grazie, milano quanto ti ho dato, penso tornando indietro, ti ho dato tutto il mio amore, e mi dispiace così tanto andare via

guardo dentro la cabina dei fiori, il baracchino all'angolo di piazza Gobetti, è indiano forse il ragazzo che lo tiene, ci salutiamo tutti i giorni da mesi credo ormai, ieri mi ha detto che andrà solo qualche giorno in vacanza in Austria o in Francia, a casa non ci può tornare perché costa troppo, ci torna l'anno prossimo e ci resta per due mesi, mi dice con un sorriso enorme! Ogni volta io guardo dentro e ci salutiamo.
Mi vedeva passare con i libri, e tutti i giorni prendere la metro.

Sono andata in periferia, a villa san giovanni per recuperare il pacco raccomandata che mi era arrivato. È l'ipod che ti regalo. Poi corso buenos aires, le librerie, h&m e accessorizes. Prendo degli orecchini per mia sorella. Poi torno a casa e scopro tutti i biglietti del cinema e delle mostre, come ventagli si dispiegano le emozioni provate, e le cose imparate, vissute, tutte le vostre risate, dietro ogni quaderno c'era una pagina di appunti che ho ricopiato, nessuno escluso.


Ascolto la radio, e ci sono i programmi dedicati all'attentato di vent'anni fa alla stazione di bologna. Allora sì che c'erano le sale d'attesa, ma potevano scoppiare da un momento all'altro, come i corpi mai trovati, che sono letteralmente esplosi senza lasciare traccia.

In quei non luoghi i pensieri s'imprimono meglio, e i gesti anche. Come se non ci fosse spazio né tempo. Invece quel giorno segna come una ferita bologna – si preoccupavano che l'orologio fermo non si vedesse abbastanza oggi, perché la gente ha l'orologio digitale nel cellulare, e non si accorge nemmeno se un orologio è fermo.

Poi ad un altro programma c'era il regista di dieci inverni intervistato.

La mia uscita epica da milano.

Il mio obiettivo è avere sempre meno cose. Restare io sola, senza altre valigie.


Per te è tutto un arrivederci.

Ho fatto una doccia lunghissima.

Si sente il treno sui binari a ritmo regolare.

Sirene che partono all'improvviso.

Ho fatto una passeggiata lungo via teodosio. Dove c'è il gate. Un edificio con un buco in mezzo. E una madonna azzurra dipinta sulle mura. Il sole crea disegni sui marciapiedi larghi, il viale alberato. Incontro solo stranieri.

Non lascio traccia. Volo via.

Ho attaccato i tuoi adesivi davanti la posta. Hanno aperto un ristorante cinese nuovo, proprio oggi.

Ieri durante l'intervista a Valerio Mieli dicevano che è agosto il mese in cui si riaprono i cassetti. E io lavorerò di nascosto, come se fosse vacanza, per non sentirmi in colpa. Vi ho portato in un ristorante dove abbiamo scoperto che alcuni proprietari sono di Este, poi in Triennale, una mostra con alcuni resti dell'Aquila, il robot Ines del 1986, le immagini tattili per non vedenti, lampedusa e dei profughi fotografati in una stampa su un medaglione, e la città ideale di Mozzoni. Una sfera. Il curatore della mostra insisteva sull'adoperamento degli oggetti. Campeggiava la lettera 22 della Olivetti usata da Indro Montanelli.

Vi siete parlate lungo le volte di piazza dei mercanti, ed io ho temuto sentiste quello che si dicevano dei ragazzini dall'altro lato. Abbiamo preso i tuoi libri per entrare nella facoltà di ottica. Ci siamo scambiate le scarpe in metro a porta venezia e a lima, perché a te facevano male i piedi.

Ho indugiato un attimo prima di chiudere la porta, chiavi all'interno.

Poi un gigantesco arcobaleno doppio mi ha salutato mentre uscivamo da Milano verso le 7 e 30 di sera.

2 commenti:

Nur ha detto...

me.ra.vi.glia

A. ha detto...

Milano ama. A modo suo. Per sempre.