Copio-incollo un estratto di "Mai piu' a Belgrado"
scritto da Slavenka Drakulic
su Lettera Internazionale n.102, marzo 2010
Il primo giorno della scorsa primavera ero a Vienna. Mentre percorrevo a piedi la Mariahilfer Straße, ancora spazzata dalle folate del vento invernale, mi è giunta al volo la conversazione di tre ragazzi che parlavano tra loro, in serbo, di un avvenimento a cui avevano partecipato anche giovani bosniaci e croati. A colpirmi non è stato il fatto che si esprimessero in quella lingua, che oggi capita spesso di sentire per le strade o nella metropolitana di Vienna, ma una frase pronunciata da uno dei ragazzi, che aveva detto: “Non pensavo che ci fosse tanta gente che conosce la nostra lingua”. Ho capito subito che, dicendo “la nostra lingua”, non intendeva riferirsi a una lingua in particolare, come il serbo, il bosniaco o il croato. Al contrario, il ragazzo aveva usato quell’espressione di proposito, per evitare di chiamare la lingua con il suo nome, come avrebbe dovuto fare per esprimersi in modo politicamente corretto. Questo perché la nostra lingua è la locuzione che i rifugiati e gli immigrati, o anche qualsiasi
gruppo di persone provenienti dalla ex Jugoslavia, usano quando si incontrano all’estero come nome delle varie lingue in cui comunicano tra loro.
Un pugno nello stomaco
La verità è che la loro lingua comune non ha più un nome comune. Il vecchio serbo-croato di un tempo non esiste più. Dicendo la nostra lingua, il giovane voleva indicare quel minimo comun denominatore linguistico che si è affermato spontaneamente dopo la fine dei conflitti nella ex Jugoslavia. A ben guardare, si tratta di un nome in codice che serve a manifestare le buone intenzioni di chi parla: non siamo nemici, possiamo ancora capirci tra noi, nonostante tutto quello che è successo.
Quelle parole carpite per caso mi hanno toccato in modo sorprendente, riscaldandomi il cuore e riempiendomi di gioia. Grazie a quella lingua-senza-nome questi ragazzi possono comunicare tra loro e questo è l’importante,ho pensato mentre li guardavo allontanarsi a passo svelto, vestiti di nero come i loro coetanei di tutte le città del mondo. Erano così giovani, poco più che adolescenti. Probabilmente serbi venuti a Vienna in vacanza.
All’improvviso, però, mi sono resa conto che quei ragazzi così giovani appartenevano a una generazione cresciuta dopo l’inizio delle guerre nella ex Jugoslavia, e quel pensiero mi ha colpito come un pugno nello stomaco. Quando sono andata a Belgrado per l’ultima volta, diciassette anni fa, forse non erano neppure nati.
gruppo di persone provenienti dalla ex Jugoslavia, usano quando si incontrano all’estero come nome delle varie lingue in cui comunicano tra loro.
Un pugno nello stomaco
La verità è che la loro lingua comune non ha più un nome comune. Il vecchio serbo-croato di un tempo non esiste più. Dicendo la nostra lingua, il giovane voleva indicare quel minimo comun denominatore linguistico che si è affermato spontaneamente dopo la fine dei conflitti nella ex Jugoslavia. A ben guardare, si tratta di un nome in codice che serve a manifestare le buone intenzioni di chi parla: non siamo nemici, possiamo ancora capirci tra noi, nonostante tutto quello che è successo.
Quelle parole carpite per caso mi hanno toccato in modo sorprendente, riscaldandomi il cuore e riempiendomi di gioia. Grazie a quella lingua-senza-nome questi ragazzi possono comunicare tra loro e questo è l’importante,ho pensato mentre li guardavo allontanarsi a passo svelto, vestiti di nero come i loro coetanei di tutte le città del mondo. Erano così giovani, poco più che adolescenti. Probabilmente serbi venuti a Vienna in vacanza.
All’improvviso, però, mi sono resa conto che quei ragazzi così giovani appartenevano a una generazione cresciuta dopo l’inizio delle guerre nella ex Jugoslavia, e quel pensiero mi ha colpito come un pugno nello stomaco. Quando sono andata a Belgrado per l’ultima volta, diciassette anni fa, forse non erano neppure nati.
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